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Rio 2016, Nibali sfortunato: l’oro è del belga Van Avermaet

Il campione messinese e leader della nazionale italiana cade in discesa a 11 km dal traguardo mentre era in testa: per lui doppia frattura alla clavicola. Aru arriva in sesta posizione.

“Vincenzo era sul ciglio della strada in silenzio. Non servivano parole, ci siamo guardati solo un attimo, ma era muto. Non ci siamo detti niente, aveva il morale a pezzi”. Sono queste le parole del commissario tecnico della Nazionale Italiana di ciclismo, Davide Cassani, che commenta amaramente la sfortunatissima caduta dello squalo dello stretto a soli 11 km dal sogno di una vittoria olimpica, un successo che il 31 messinese ha sfiorato dopo una gara condotta alla perfezione.

La gara prende il via alle 14:30 italiane e termina soltanto in serata, con più di sei ore di corsa nelle gambe per un totale di 237,5 km con partenza ed arrivo a Copacabana. Il percorso è durissimo ma i nostri ragazzi, capitanati proprio da Nibali sono sempre in testa cercando di valutare con attenzione le mosse degli avversari; dopo qualche chilometro dall’avvio cominciano i primi scatti, con sei fuggitivi che riescono a guadagnare un vantaggio massimo di otto minuti, vantaggio che verrà azzerato durante la corsa.

La strada è pesante, sono parecchie le cadute e i conseguenti ritiri dalla tappa di Copacabana, in primis quelli di Tom Dumoulin e di Richie Porte, il quale cade in discesa e si fa male ad una spalla; fatica anche il fresco vincitore del Tour de France, Christopher Froome, che perde contatto dal gruppetto di testa e si ritrova a stringere i denti per provare a recuperare. Stesso discorso per Alejandro Valverde, il cui distacco da Nibali e compagni arriva anche al minuto.

Gli italiani, invece, sono sempre lì, pronti a spingere e a fare l’andatura, riuscendo a recuperare il gruppetto di testa con le grandi prestazioni di Diego Rosa e Damiano Caruso. Si arriva a 35 km dal traguardo e il distacco con gli uomini al comando è annullato; comincia la salita e dopo un paio di metri Caruso perde contatto dopo aver dato tutto e portato a termine il suo lavoro, lasciando il destino della corsa alla determinazione di Fabio Aru e alla tenacia del suo capitano Vincenzo Nibali.

Il sardo fa quel che può, spinge e cerca di aumentare le distanze con gli avversari alle spalle, per poi lasciare spazio al siciliano dell’Astana che prende l’iniziativa e lascia sul posto i suoi inseguitori con ripetuti scatti, portandosi in prima posizione; soltanto il colombiano Henao e il polacco Majka riescono a stare al suo passo. Nibali sa che deve dare l’ultima accelerata e non c’è occasione migliore di farlo nel tragitto a lui più congeniale, la discesa, dove non ha rivali. La stessa discesa che si rivelerà fatale ed infrangerà i sogni di un corridore che ha inseguito

La caduta di Nibali sul circuito di Copacabana, a soli 11 km dall’arrivo.

per tutta la stagione l’obiettivo Olimpiade.

A soli 11 km dalla fine, infatti, Nibali scivola in curva lungo la discesa e non riesce più ad alzarsi: si porta sul bordo della strada e osserva in silenzio quella strada e quella curva che in un frangente di secondo hanno spazzato via quanto di buono aveva fatto fino a quel momento. Il messinese riporta una doppia frattura alla clavicola ed è costretto a ritirarsi, e con lui anche Henao, che scivola insieme allo squalo.

A questo punto Majka approfitta della caduta dei suoi avversari e si porta avanti da solo, ma non ce la fa e a 3 km dall’arrivo viene raggiunto dal belga Van Avermaet e dal danese Fuglsang. Sono proprio loro tre a tagliare il traguardo: l’oro è di Van Avermaet, vincitore dello sprint finale, seguito da Fulgsang che ottiene la medaglia d’argento. Solo bronzo per Majka che non ha più benzina nelle gambe e si accontenta della terza posizione. Arriva sesto, invece, Fabio Aru.

Restano tanta delusione e parecchi rimpianti nei corridori italiani e nella testa di Vincenzo Nibali, che aveva preparato la gara nei minimi dettagli e sapeva di poter fare bene in un tragitto che avrebbe dovuto esaltare le sue caratteristiche, ma purtroppo la sfortuna ha avuto la meglio.

 


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